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Riflessioni sull’identità, sulla diversità e sul razzismo

Aggiornato il: set 23

di Alberto Idà


Riflessioni sull’identità, sulla diversità e sul razzismo

Se vogliamo comprendere l’origine di ogni forma di discriminazione, di violenza e di odio dobbiamo prima di tutto analizzare la questione inerente al senso di identità dell’essere umano. Esso è enormemente influenzato da numerosi fattori: la famiglia, le amicizie, le istituzioni, il territorio e tutto l’ambiente circostante.

Il senso di identità di una persona è strettamente connesso con le abitudini di pensiero e di azione che generano nel corso del tempo la cosiddetta “forma mentis”dell’individuo; l’identità, dunque, è legata in qualche modo al passato. Ognuno di noi osserva, percepisce e affronta le esperienze attraverso il filtro del proprio passato; tuttavia, rimanerne imprigionati a causa di pregiudizi, pensieri unilaterali, emozioni immature e sentimenti frustrati ci impedisce di espandere gli orizzonti della vita oltre i confini della nostra piccola realtà individuale.

La nostra coscienza tende sempre all’espansione, ma sono le cattive abitudini di pensiero e di azione a porre un freno a questo processo.

Troppo spesso il senso di identità si lega eccessivamente a caratteristiche esteriori: il ruolo svolto nella società, il colore della pelle, l’orientamento sessuale, il lavoro, la patria, la pratica religiosa, la lingua, ecc. A furia di circoscrivere il proprio senso dell’ “io”, l’uomo crea un “recinto mentale” e tende ad allontanare, o addirittura disprezzare, ciò che non riconosce come elemento interno alla propria circoscrizione.

Non ci è mai capitato di vedere un ricco vergognarsi di stare in compagnia di un povero? Non abbiamo mai saputo di un uomo di colore allontanato da un gruppo di bianchi? E non abbiamo mai sentito anche molto peggio? Da dove crediamo, allora, che derivino i conflitti esteriori se non da tutte le barriere che nemmeno ci accorgiamo di creare dentro di noi stessi?

Queste barriere hanno origine dalla paura, la quale soffoca l’ “io”impedendogli di espandersi e di riconoscersi anche nell’altro, ovvero al di là della propria esistenza individualizzata. Ciò che l’ego non riconosce come parte di sé è percepito come una minaccia: “Tu mi sei estraneo, per cui io attacco te prima che tu distrugga me.”. Questo meccanismo primitivo andrebbe superato con la consapevolezza che l’essere umano diventa tanto più limitato quanto più la sua identità si lega a situazioni di superficie, mutevoli, effimere. Esistono tante realtà quante sono le coscienze che possono percepirla, trasfigurarla, viverla; per cui, sarebbe estremamente limitante vivere solamente secondo i dettami del proprio ego, senza considerare l’immensità che vi è altrove!

Nel corso dei secoli l’essere umano cosiddetto “civilizzato”, inoltre, ha imparato ad associare il proprio senso di identità all’abito che ricopre il corpo, ovvero all’idea-simbolo di ciò che rappresenta il ruolo di ciascuno nella società (un’abitudine che genera disparità anche tra persone appartenenti alla stessa cultura). Indossare questo o quel vestito è come sventolare questa o quella bandiera, perché ci fa sentire parte di una determinata categoria. Non a caso, oggigiorno, giacca, cravatta e un bel cappotto diventano non solo simboli di eleganza esteriore, ma anche sinonimi di finezza, garbo e cultura; ma quante volte, invece, una persona ben vestita si è dimostrata essere sgarbata e ignorante? E quante altre volte persone con abiti semplici, persino con addosso soltanto l’essenziale (non dimentichiamo il semplicissimo dhoti indossato da Gandhi),si sono dimostrati umili e saggi?

Sappiamo bene che la signorilità è in primis una caratteristica interiore ma, a causa di un problema di eccessiva identificazione con i mezzi esteriori, purtroppo l’abito fa il monaco nel regno delle apparenze. Il problema, dunque, sta nell’agganciare un ruolo a un’immagine, per poi attribuire a questo binomio un significato apodittico, nient’altro. In una civiltà autentica ed evoluta nessuno oserebbe scambiare la diversità di immagine con il valore intrinseco o, come avviene in altri casi, l’importanza del ruolo con il valore umano (anche a causa di questo fraintendimento spesso il razzismo assume i connotati del classismo). La varietà esteriore (legata ai costumi, alla lingua e alla cultura particolari) non comporta differenze nel valore intrinseco, in quanto un essere umano è tale indipendentemente dalla sua posizione sociale e a qualsiasi latitudine.

La sciagura vera e propria, causa del continuo ripetersi di episodi di discriminazione, sta nell’abitudine a perseverare nel sottolineare le differenze di superficie, per cui si finisce per violentare tutto ciò che,invece,dovrebbe essere considerato come un’opportunità di crescita e che potrebbe insegnare a immedesimarsi nelle realtà altrui (cosa che i più piccoli riescono a fare molto bene, non essendo ancora stati corrotti da abitudini debilitanti di pensiero e da un ambiente malsano).

Scagliarsi contro il “diverso”, addirittura fino al punto di ucciderlo, significa recidere il “cordone ombelicale” che lega una persona alla propria infanzia, ovvero alla propria innocenza.

Il grande Nelson Mandela espresse con fermezza questo concetto: “Nessuno nasce odiando qualcun altro per il colore della pelle, il suo ambiente sociale o la sua religione. Le persone odiano perché hanno imparato a odiare, e se possono imparare a odiare possono anche imparare ad amare, perché l'amore arriva in modo più naturale nel cuore umano che il suo opposto.”

Per molti adulti l’infanzia è ormai soltanto un sogno lontano e, purtroppo, quanto più ci si distanzia da questo mondo di purezza e innocenza, tanto più diminuisce l’empatia.

L’empatia, permettetemi questo breve excursus, è una caratteristica che contraddistingue anche alcuni animali, perché non appartiene alla sfera razionale; ma la differenza è che nell’uomo essa può espandersi fino ad abbracciare tutte le creature viventi del pianeta (sono pochissime le persone che hanno sviluppato questa qualità a tal punto da sentire il piacere e il dolore altrui come fossero i propri). Ma la caratteristica unica dell’essere umano è il discernimento, qualità che non appartiene a nessun’altra creatura. Il discernimento e l’empatia insieme rendono l’uomo veramente tale, perché il discernimento è facoltà di giudizio, ovvero della vera discriminazione (nel senso più nobile e alto del termine) e l’empatia non è altro che l’espansione della coscienza oltre i confini del proprio piccolo “sé”. Solo l’uomo può scegliere con un atto cosciente di volontà se fare il bene o il male, ed è proprio dalla possibilità di scelta che deriva il senso di responsabilità. Nessun animale, infatti, può essere considerato veramente responsabile delle proprie azioni, in quanto non possiede il discernimento. Poiché l’uomo possiede tutte queste facoltà, potenzialmente espandibili illimitatamente, è davvero un peccato che si ostini a comportarsi come le bestie!

Tempo fa un indio Guaranì – che da molti anni è attivista in Italia per sensibilizzare le coscienze sui temi concernenti la violenza e la discriminazione subite dal suo popolo che vive in Amazzonia – tenne una conferenza nella mia città natale, affrontando anche la questione della fratellanza tra i popoli. Gli domandai quale fosse, secondo la sua personale visione, il metro per misurare il grado di evoluzione di una civiltà, ed egli mi rispose che la società è tanto più evoluta quanto più ciascun individuo è in grado di esprimere l’amore naturalmente insito nel cuore.

“Atucà, figlio del vento”, questo il suo ‘nom de plume’, ha dato una lezione di civiltà, di spiritualità e di umanità a tutti noi esseri che ci autodefiniamo “civilizzati” e che, in nome della presunta superiorità di razza e dello sviluppo, continuiamo a violare la natura e a scavalcare le minoranze, con l’illusione che la tecnologia e il potere economico ci rendano superiori e invincibili.

Termini come “civiltà”e “civilizzazione”sono spesso abusati. La vera civiltà dovrebbe fondarsi sul rispetto della diversità, che può nascere solo dalla consapevolezza dell’Unità intrinseca.

È noto che la nascita della civiltà sia strettamente connessa con quella del linguaggio; il linguaggio parlato e scritto sorge dall’intelletto,l’intelletto crea categorie - cioè porzioni di realtà - e da queste porzioni si generano abitudini,da cui, infine, derivano i costumi e le culture.

Per quanto l’intelletto possa frammentare la realtà, e per quanto le abitudini tra i diversi popoli possano differire, esiste un tipo di “linguaggio” che trascende tutte queste caratteristiche, analizzando il quale ci possiamo rendere conto di quanto siamo, in fondo, uguali in quanto creature in cerca del Bene.Bisogna, infatti, distinguere due tipi di linguaggio: uno universale (ovvero primordiale o innato) e un altro particolare (cioè ambientale o appreso).

Se un congolese, un cinese e un italiano entrassero in contatto per la prima volta comunicando solo ed esclusivamente con il linguaggio parlato (cioè appreso) non si capirebbero, in quanto i loro codici linguistici particolari risulterebbero differenti; ma essi non sono in realtà umanamente distanti, perché non fanno altro che esprimere in modi diversi emozioni, desideri e sentimenti – tendenti tutti verso il raggiungimento di uno stato ottimale e duraturo di benessere – che sono universalmente uguali.Nessuno potrà, infatti, negare che il dolore farà digrignare loro i denti e il piacere accenderà sul loro volto un sorriso smagliante. Questo tipo arcaico e innato di linguaggio è universale e appartiene a tutti i popoli, perché trascende l’intelletto. Non si fa qui riferimento a un tipo specifico di linguaggio del corpo (anche questo è in parte appreso per imitazione), ma a una condizione veramente intrinseca di ogni essere. Ciò significa che il bene fa star bene e il male fa star male!Se pensate che sia scontato, è tuttavia curioso notare che l’uomo non abbia ancora imparato ciò totalmente dopo 250.000 anni di esperienza sulla Terra.

Sorridere, avere gli occhi luminosi e un respiro calmo quando si vive in pace, oppure mostrare i muscoli del volto contratti e un respiro affannato quando si sta male sono caratteristiche comuni ai neri, ai bianchi, ai gialli e ai rossi.

Dunque, parlare di razza riferendosi alle caratteristiche fisiche di un popolo, cercando di individuare la superiorità di questa o quella etnia, è come mettere a confronto, ad esempio, un pino, una quercia, un faggio e un cipresso sforzandosi di dimostrare che uno di questi sia da considerarsi “più albero” rispetto a tutti gli altri alberi. Sarebbe davvero assurdo!

La salute di una società consiste nel creare ponti laddove l’egoismo ha eretto recinti.Perché, dunque, ci ostiniamo a trattarci come estranei facendoci la guerra se, possedendo in fondo le stesse caratteristiche intrinseche, siamo tutti in cerca del bene?

Se si scavasse nella vita delle persone si scoprirebbe che ognuno, in definitiva, è in cerca del proprio bene; ognuno di noi ha in sé il “gene” che ci induce a ricercare il bene. È in virtù di questo che siamo fratelli e che il bene del singolo non può essere scisso dal bene collettivo; per la responsabilità che deriva dall’essere membri della grande famiglia mondiale, dovremmo chiederci in che misura il proprio bene coincida con quello del vicino, della società tutta e dell’ambiente. Molti ricercano il bene in modo egoistico, sfruttando il “diverso”, togliendo spazio alle minoranze, sottraendo realtà al prossimo.Se dipendesse dai numeri, potremmo rubare tutto l’oro del mondo, sfruttare tutte le risorse a discapito degli altri ed essere i più felici della Terra. Ma l’economia della felicità è molto diversa dal business che conosciamo. Persone con un “io”così rigidamente circoscritto sono convinte che la condivisione coincida con la perdita. È per una legge misconosciuta e più sottile che esistono egoisti benestanti, ma non egoisti felici. Il Buddha disse una volta: “Una candela può accenderne altre mille, senza che la sua fiamma ne sia intaccata.”In questa semplice frase c’è tutta la saggezza dei secoli, la chiave per come dovrebbe essere la società ideale: se si divide un bene con qualcuno, rimarrà mezzo bene a ciascuno; ma se si con-divide la fiamma dell’amicizia, del rispetto o dell’amore con le persone che si incontrano, si attua una moltiplicazione del Bene, il che equivale a dire che si illumina la propria e l’altrui vita. Come possiamo vedere, la legge della fratellanza– rispettando la quale si può raggiungere una felicità autentica – è figlia di una scienza più elevata che potremmo definire “matematica poetica”!

Si pensi adesso all’umanità come a un grande albero dalle profonde radici, ove dal tronco si dipartono i rami, da ogni ramo spuntano i ramoscelli e, da questi, si sviluppano le foglie e i frutti. L’osservazione attenta e introspettiva ci aiuta ad ampliare la nostra percezione. Potrebbe venire naturale chiudere gli occhi e fare questo sforzo di immaginazione… il ramo di destra e quello di sinistra, la foglia in alto e l’altra in basso non contengono forse in sé stessi la medesima linfa? I frutti non racchiudono forse al loro interno lo stesso tipo di seme da cui sono stati generati essi stessi? E le radici non succhiano altresì il nutrimento dal terreno in comune? Non dovremmo mai dimenticare che in principio le radici, il tronco, i rami, le foglie e i frutti erano tutti contenuti in potenza nel grembo dell’unico piccolo seme.

Giunti a questo punto, possiamo estendere l’immagine dell’albero a tutta la Creazione, e usare questa visione come trampolino di lancio per fare un salto all’indietro di circa quattordici miliardi di anni:poco prima che il cosmo iniziasse la sua espansione, esso aveva la grandezza di una particella protonica; proprio in quel “seme” era contenuto il potenziale di tutto lo spazio e di tutto il tempo. Ciò significa che tutto ciò che è esistito, che esiste e che esisterà era contenuto come potenza in quella particella embrionale infinitesimale. Questa è la prova scientifica del fatto che la diversità è solo apparente (cioè esteriore), poiché tutto proviene dallo stesso Seme, dall’unica Sorgente.Tutta la diversità che ci circonda deriva dal medesimo “utero” primordiale. L’universo è nostra madre. È solo la mente razionale dell'uomo che scompone la realtà in categorie, per inserire le fittizie porzioni del Reale negli adeguati scompartimenti dell'intelletto.

Dovremmo imparare ad agganciare sempre la nostra identità al Principio, solo così potremo vedere oltre i nostri corpi, al di là dei “vestiti” della personalità e della cultura particolari, oltre le maschere che “l’ipnosi ambientale” ci impone.

In un mondo in continuo mutamento in cui nessun territorio apparterrà per sempre a una nazione, in cui nessuna lingua sarà in eterno caratteristica di un popolo specifico, in cui la Terra stessa non è mai nello stesso punto dello spazio, è dovere dell’uomo accettare la diversità e il cambiamento come condizioni naturali della vita, mantenere una mente elastica e in espansione costante al fine di inglobare nella propria coscienza quanta più varietà possibile, tenendo sempre a mente l’unica e sola Origine.

Dobbiamo renderci conto che siamo tutti acque dello stesso Oceano.

Ma ancora viviamo nella notte oscura degli scismi, in mezzo al fragore dei venti delle discriminazione allo scompiglio delle tempeste dell’odio:l’umanità sospira la quiete… e il desiderio di fratellanza, il più alto dei sentimenti umani,attende l’aurora dell’appagamento.

Alberto Idà

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