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LA MUSICA CLASSICA E’ COME LE SACRE SCRITTURE (di Alberto Idà)

Aggiornato il: apr 21

La musica “classica” è come le Sacre Scritture: tutti ne hanno sentito parlare, pochi se ne occupano, pochissimi ne colgono il profondo significato spirituale.

Questo paragone ha origine da un mio personalissimo rapporto con il divino, per cui mi riesce impossibile dissociare la mia dimensione spirituale dalla mia sfera artistica; per me non sono altro che le colonne portanti del tempio della mia vita. Sono profondamente convinto che la musica di qualità magnetizzi il corpo e la mente, spiritualizzando la vita tutta e, infine, può condurre l’Io alla catarsi totale. Non a caso Beethoven asserì: “La musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza e filosofia. Chi penetra il senso della mia musica potrà liberarsi dalle miserie in cui si trascinano gli altri uomini.”

Il pianista virtuoso Ferdinand Hiller, dopo aver ascoltato Schubert, disse del modo di suonare di quest’ultimo: “Era come se la musica non avesse bisogno di suoni materiali, come se le melodie, simili a visioni, si rivelassero a orecchie spiritualizzate.” Ecco che anche in Hiller ritorna il concetto di “rivelazione”, tema di fondamentale importanza nella vita dei Grandi, per tornare anche ai contenuti delle Sacre Scritture.

Potrebbe sembrare che queste affermazioni facciano riferimento a qualcosa di poco concreto, poiché al giorno d’oggi ciò che non ha a che fare con la dimensione della tecnica (o della tecnologia) risulta socialmente inutile agli occhi dei più: la filosofia, la poesia e l’arte, infatti, sono troppo spesso viste dai giovani come imprese del nulla, astratte, vuote. Con grande dolore prendo atto di tutto ciò, e non ho abbastanza parole per esortarvi a dedicare anche solo pochi minuti al giorno all’ascolto della buona musica, alla lettura di un buon libro: iniziereste a sentire vibrare qualcosa dentro, come attraversati da una corrente; vedreste il vostro ego fluttuare tra le onde della vostra percezione interiore. Ma nessuno vuol sentirsi dire di cosa ha bisogno, preferiamo il caos, ci rifugiamo nella costante eccitazione rincorrendo un desiderio dopo l’altro, proprio come un criceto che corre all’interno di una ruota e non si accorge di rimanere sempre nello stesso punto. Restiamo spiritualmente fermi pur correndo freneticamente. A cosa ci porterà tutta questa frenesia? Forse dovremmo imparare a fermarci per iniziare ad andare avanti davvero, per progredire “come Dio comanda”.


Tutti noi soffriamo, ma la differenza l’hanno fatta sempre coloro che hanno trasformato il proprio sangue in forza vitale, persino conferendo al dolore un significato legato alla sacralità. Potete immaginare quanto soffrì Beethoven a causa della sua sordità? Cosa può provare un musicista grandioso che gradualmente si rende conto che sta perdendo il senso per lui più importante? Ma egli non fu egoista, non accettò di reprimere il suo dolore, decise di condividerlo col mondo intero esprimendolo in musica, innalzò il suo strazio traducendo quella tempesta interiore in suoni divini; egli, dal mio punto di vista, santificò il suo dolore. Solo un uomo che ama la vita e l’arte così tanto può raggiungere tali vertici. La musica è stata la sua catarsi, la sua salvezza (“…poco è mancato che non ponessi fine alla mia vita. La mia arte, soltanto essa mi ha trattenuto.”, scrisse nel famoso “Testamento di Heiligenstadt”). Cosa sono i nostri piccoli capricci quotidiani paragonati a questo abisso di dolore? Perché tutti noi non dovremmo trarre beneficio dall’esempio di umiltà dei grandi della storia? Facciamo sì che dalle esperienze dolorose possa sorgere qualcosa di buono; la vita non pretende che tutti diventiamo grandi artisti, ma certamente ci induce a esprimere la nostra parte migliore. Il grande genio di Bonn si espresse anche in questi termini: “Noi, esseri finiti, personificazioni di uno spirito infinito, siamo nati per avere insieme gioie e dolori; e si potrebbe quasi dire che i migliori di noi raggiungono la gioia attraverso la sofferenza.”


A primo impatto potremmo scorgere in questa affermazione delle tendenze masochistiche, in realtà Beethoven sembra volerci dire che, dopo aver attraversato il buio corridoio della sofferenza, l’uomo può contemplare la luce della gioia ammirando tutto ciò che di buono è stato fatto durante il percorso.Tornando a Schubert, egli affermò: “Le mie creazioni sono il frutto della conoscenza della musica e del dolore.”

Come sapete il dolore è un tema ricorrente nelle Sacre Scritture: non arriva per distruggerci, è solo un pungolo che serve a ricordarci la nostra natura trascendente, metafisica, divina; il dolore stimola la ricerca della felicità duratura. Se i grandi personaggi del passato non fossero stati stimolati dalle esperienze dolorose a ricercare intimamente la verità, nessuno di loro avrebbe lasciato qualcosa di prezioso in eredità alle nuove generazioni. È proprio questo il punto, lo capite, vero? La vita è gioia, tutto ciò che facciamo e desideriamo ruota intorno ad essa, e quando soffriamo cerchiamo subito di recuperare la gioia perduta. Più ci si avvicina alla verità attraverso un percorso vissuto intimamente, come l’arte, più questa gioia diventa estatica, autentica, pura. È per questo che credo fermamente che la musica, nel suo significato più recondito, sia sempre un inno alla vita, anche quando attraverso di essa si esprime profondo dolore (non dimentichiamo che la pulsazione e il ritmo sono energia vitale).


La musica può essere un ponte tra voi e la natura, tra voi e il cosmo, tra voi e Dio. Per concludere, attraverso questo piccolo omaggio a due compositori che amo – vi ricordo anche che, in occasione del prossimo duecentocinquantesimo anniversario della nascita del grande genio di Bonn, dalla fine dell’anno 2019 e per tutto l’anno 2020 la musica di Beethoven risuonerà costantemente nelle Sale da Concerto di tutto il mondo – voglio che sia chiaro che ho voluto indurvi a pensare alla dimensione più profonda della vita e dell’arte, spesso misconosciuta, e ho voluto farlo attraverso la riflessione sul dolore e la sua trasmutazione attraverso l’espressione artistica. Non è forse il dolore un buon motivo per alzare gli occhi al cielo? Se non si provasse nella vita nemmeno un grammo di dolore nessuno sentirebbe il bisogno di innalzarsi.


L’arte può davvero salvarci la vita, può cioè esonerarci dal vivere per forza di inerzia, come inetti senz’anima.

Esorto, dunque, tutti i lettori – giovani in primis – a sperimentare i benefici derivanti da un ascolto serio e attento, dalla capacità di stare seduti in silenzio in una stanza, dal prendersi cura delle buone abitudini…ché la dimensione dello spirito è molto più concreta di quanto non si pensi. Auguro a tutti voi la gioia che io ho provato nello sperimentare in prima persona ciò di cui vi parlo.


Alberto Idà (pianista)

del Team Capitale Umano Italiano


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